Paul ha abbandonato la sua carriera di fotografo di successo per diventare scrittore. Restare scrittore, però, è tutt’altra storia. I suoi libri sono un successo di critica, la stampa lo apprezza, ma le vendite sono deludenti, e il libro a cui sta lavorando non piace all’editore. Adesso si trova in quella zona d’ombra delle cinque del pomeriggio, quando “fa buio, ma non è ancora notte”, e da qui parte una storia ruvida, ostinata, ma anche pacata e gentile, di un uomo che non cerca il successo, non agogna il denaro, ma vuole solo preservare il suo tempo per scrivere e, per farlo, è disposto a qualsiasi sacrificio e privazione.
La moglie e i figli se ne vanno in Canada (tanto per facilitargli le cose…), i genitori tollerano a stento questa strana vocazione. Davanti a ogni membro della sua famiglia si sente giudicato: tutti gli voltano le spalle senza nemmeno aver letto i suoi libri.
Quando i risparmi finiscono si iscrive a una piattaforma di lavori occasionali. Diventa un tuttofare: falcia prati, smonta soppalchi, monta mobili, fa piccole riparazioni, guida un taxi abusivo. Ogni lavoro se lo aggiudica partecipando a un’asta al ribasso, dove il committente beneficia della spietata guerra fra poveri lavoratori concorrenti e recensisce sulla piattaforma il lavoro svolto (e quanto questo ci sbatte in faccia il nostro cinismo, disposti a tutto pur di sfruttare chi si deve accontentare di un lavoro sottopagato). Ogni incarico, Paul lo annota su un taccuino, con qualche osservazione sul cliente per cui ha lavorato.
Paul sta assaggiando cosa voglia dire essere povero, affamato, e così intimidito e stanco da non saper più nemmeno fare l’amore.
Come spesso succede, sarà un’estranea a offrirgli un rifugio e un posto per scrivere. “Rimani quanto vuoi”, gli scrive su un foglio. Come se il fatto stesso di non conoscersi, alla fine offrisse delle lenti per comprendere meglio chi si ha davanti, gettasse uno sguardo libero da aspettative e costruzioni personali. Hemingway diceva “tutto quello che fai è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”. E Paul sanguina, per dirla con Hemingway, perché il mestiere di uno scrittore consiste nell’alimentare un fuoco che rischia sempre di spengersi, e servono dedizione e disciplina per trasformare il caos creativo in un’opera completa. “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. Paul scrive “À pied d'œuvre”, un romanzo che “parla del mio ombelico, di te, di me, dei miei figli e pure del nostro mondo”, e se andrete a vederlo in sala, la bella faccia in primo piano di Bastien Bouillon, che interpreta Paul, occhi espressivi e intensi, vi regalerà un bel momento emotivo.
Una volta a casa, ripensando al film, mi sono balenate in mente delle immagini di “Paterson” di Jim Jarmusch. Contesti diversi, certo, ma entrambi ci raccontano di artisti lavoratori, di scrittura come irrinunciabile rituale quotidiano: costante e umile. Il bisogno di un atto creativo, piuttosto che la ricerca di fama e riconoscimento commerciale.
Il film è stato ispirato dal libro di Franck Courtès, uscito per Playground, ed è distribuito da Teodora Film.

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