Sabato sono arrivata davanti ai cancelli della Stazione Leopolda con il consueto anticipo che mi contraddistingue. La fiera apriva alle 10, ma già alle 9.40 c’era la fila fuori dal cancello, segno che questa manifestazione funziona e attira sempre più visitatori.
Le case editrici e gli eventi, come ogni anno, erano tantissimi.
Mi sono fermata soprattutto presso lo stand di Utopia, una giovane casa editrice nata nel gennaio 2020. Mi hanno colpito l’entusiasmo e il coraggio di ricercare testi particolari che vanno a formare un catalogo che propone una visione precisa, valorizzando autori classici e novità: dal Medioevo di Sigrid Undset alle opere sperimentali del contemporaneo Agustín Fernández Mallo, dalla Sardegna di Grazia Deledda (piuttosto dimenticata in Italia, ma celebrata nel Nord Europa) all’Iraq, al Ruanda e al Brasile. Ho preso il catalogo e sceglierò sicuramente qualche loro titolo per le mie prossime letture.
Mi sono poi dedicata ad altri due editori:
La Vita Felice, che ha catturato la mia attenzione per la precisa identità grafica dei volumi, caratterizzati da uno stile elegante e sobrio e dal formato tascabile. Il catalogo è articolato in numerose collane, che spaziano dalla poesia, alla narrativa italiana e straniera con testo a fronte, psicologia, saggistica e varia.
Le Edizioni Henry Beyle, invece, mi hanno colpito per la loro visione dei libri come oggetti d'arte, caratterizzati da tirature limitate, carte pregiate e tecniche di stampa artigianali. Le pagine sono intonse e il taglio dei singoli fogli è affidato al lettore: un’esperienza di lettura preziosa e insolita.
Dopo un breve volo fra gli altri editori, ho partecipato alla passeggiata letteraria organizzata da Paolo Ciampi “Sguardi e parole dalle panchine di Firenze”. Il mese scorso è uscito il suo libro: “La libertà delle panchine. Piccoli spazi per guardare il mondo e sognare” che, dopo “Il sogno delle mappe” e “La terapia del bar”, completa la trilogia dedicata ai luoghi dove ritrovarsi.
Le panchine sono entrate a far parte delle opere letterarie, dei film e dei quadri e, mai come oggi, rappresentano un manifesto culturale contro la frenesia e le città senz’anima. Le panchine, dice Ciampi, sono democrazia urbana, diritto alla sosta, all'ozio, allo sguardo lento. Osservare è un modo per educare lo sguardo e conoscersi e quindi sedersi su una panchina è un atto di meditazione. Le panchine sono anche un modo per intendere la città, vista non solo come un luogo in cui ci si sposta, ma anche un luogo in cui sostare.
Mentre camminavamo mi sentivo un po’una flâneuse e pensavo a Georges Perec che, nel suo libro “Specie di spazi”, scriveva: “Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo”.
Durante la nostra passeggiata siamo passati fra panchine di legno, di pietra, di ferro, panche di via fiorentine del Trecento, quando la città si mostrava come un’opera d’arte. Abbiamo letto brani di Simenon (da “Maigret e l’uomo della panchina”) e Perec (“Tentativo di esaurimento di un luogo parigino”) e ricordato la celebre frase “Posso sedermi?” pronunciata dal misterioso Woland nel romanzo “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov.
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| Palazzo Rucellai, con la panca di via |
Chi di noi potrebbe concedersi il lusso che si concesse Perec nell’ottobre del 1974 quando scrisse “Tentativo di esaurimento di un luogo parigino”? Per tre giorni di seguito sedette ai tavolini dei caffè o sulle panchine in place Saint-Sulpice, a Parigi, osservando la piazza in momenti diversi della giornata e prendendo nota di quello che vedeva: non solo le persone, la vita che palpitava intorno a lui, ma anche i cambiamenti impercettibili del tempo, delle ombre, dei colori.
Facendo un parallelo, mi sono venute in mente le cinquanta tele delle Cattedrali di Rouen di Claude Monet, che ritraggono la Cattedrale che cambia al mutare della luce dell'ora, del tempo, della stagione, del meteo e il film sperimentale di Andy Warhol del 1964, “Empire”, un’unica inquadratura fissa dell'Empire State Building di New York, ripresa dal 41° piano del Time-Life Building. Otto ore e cinque minuti in bianco e nero per osservare il grattacielo dal tramonto fino a notte fonda. Warhol dichiarò che lo scopo era osservare il trascorrere del tempo.
E in tutto questo camminare, ascoltare e riflettere, ho pensato che dovremmo davvero concederci dei momenti di ozio vigile, in cui sembra che non accada nulla, e invece accade tutto. Ricordo una scritta che vidi anni fa su un muro, che non ho più dimenticato. Devo avere anche una foto da qualche parte, ma al momento non la trovo. Il pensatore scriveva questo, a grandi lettere: “Consapevolezza e meditazione: lusso sfrenato”. Forse è stata una delle poche volte in cui, quando ho visto che il muro era stato ridipinto, mi è dispiaciuto.
desidero soltanto una panchina in un giardino
dove un gatto si scalda al sole…
Là vorrei sedermi
con una lettera nascosta in seno
una sola piccola lettera.
Così appare il mio sogno…"
Edith Södergran
Per chiudere, Ciampi ci ha lasciati con questa poesia di Neruda. Lungo l’Arno, qualora non trovaste panchine, potrete sempre sedervi sui muretti.
Il fiume, di Pablo Neruda
Io entrai a Firenze. Era
notte. Tremai ascoltando
quasi addormentato quel che il dolce fiume
mi narrava. Io non so
quel che dicono i quadri e i libri
(non tutti i quadri né tutti i libri,
solo alcuni),
ma so ciò che dicono
tutti i fiumi.
Hanno la mia stessa lingua.
Nelle terre selvagge
l’Orinoco mi parla
e capisco, capisco
storie che non posso ripetere.
Ci sono segreti miei
che il fiume si è portato,
e quel che mi chiese lo sto facendo
a poco a poco sulla terra.
Riconobbi nella voce dell’Arno allora,
vecchie parole che cercavano la mia bocca,
come colui che mai conobbe il miele
e sente che riconosce la sua delizia.
Così ascoltai le voci
del fiume di Firenze,
come se prima d’essere mi avessero detto
ciò che ora ascoltavo:
sogni e passi che mi univano
alla voce del fiume,
esseri in movimento,
colpi di luce nella storia,
terzine accese come lampade.
Il pane e il sangue cantavano
con la voce notturna dell’acqua.



1 commento:
Grazie per questo poetico reportage,fatto con amore per libri e panchine!
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